Arte come contemplabile
Nino La Barbera
Ogni qualvolta il nostro sguardo si posa sulla natura per conoscerne e riconoscerne le forme e i colori, la loro collocazione nello spazio, l’appartenenza a un genere o a una specie nel suo inarrestabile divenire e costante rivelarsi, si mettono in moto interagendo tutte le facoltà, censite e non censite, preposte a tale esigenza. Ma tutte insieme nel loro agire sublime esse ottemperano ad un’altra funzione fondamentale – la più antica, la “prima” forse: quella contemplativa della natura segreta, silenziosa, immanente, come se lo sguardo del creatore penetrasse le sue creature, il suo creato, cogliendone fino in fondo la perfezione.
L’arte che è l’espressione intrinseca e traboccante di tale attività, ha dunque una duplice origine: viene preparata dall’osservazione instancabile delle forme, delle vie, delle leggi segrete che animano la natura; ma sopraggiunge per rivelazione “simpatetica” al culmine di lunghi processi trasformativi delle esperienze dischiuse dall’osservazione, ponendosi così, tra l’uomo e la natura stessa come decodificatore subliminale atto a propiziare sia l’attività conoscitiva che – con forse ancor maggior efficacia – quella contemplativa.
Il fuoco vibrante della divinità
Aldo Gerbino
Il gioco della temporalità delle “religio” appare carico di suggestioni, ma soprattutto si mostra popolato di arcane sequenze, di trasposte icone della visione, mosse nella tragicità dell’esistenza, avvolte in una salda pellicola emotiva, in vividi smalti sentimentali, in oscure tessere come le impercettibili tenebre del mondo. Così, Nino La Barbera ci trascina (e si trascina) nei camminamenti attori della memoria storica, che coincide con una sorta di dilatata membrana fatta di biologiche, quanto affabulanti, sembianze. Ci riporta, con forza, alle parole dell’etnologo e mitografo siciliano, Giuseppe Cocchiera, quando riferiva come “nel mito abbiamo quell’atmosfera tipica che è propria della fiaba. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che esso nasconde, a volte, una credenza; a volte proietta una pratica; e, comunque, nell’un caso e nell’altro costituisce un determinato modo di concepire la vita e il mondo”. Non si dimentichi – continua – “che il mito umanizza i caratteri stessi della divinità. Inoltre commenta gli stessi riti religiosi e non è estraneo alla stessa storia politica. Così, quando vediamo Zeus che si unisce in matrimonio con una creatura umana appartenente ad una determinata stirpe, ecco che tale stirpe reclamerà i suoi titoli di nobiltà e i suoi diritti umani in nome di un diritto divino. Nessun mito, peraltro, è tale se esso non denuncia la presenza di una divinità”. E sulla verosimiglianza dei miti bisogna ricordare che essi “hanno sempre qualcosa di vero, che è il vero di chi crede al proprio mondo. Ora, Esiodo si preoccupa soprattutto di ricercare le “fonti” stesse della mitologia. Egli non pone soltanto in bell’ordine le nascite degli dei della sua età, ma il suo maggior lavoro è dedicato alla “storia”, cioè alla “storia sacra” degli dei anteriori alla nascita di Zeus. Dapprima era il Caos… e dal Caos Esiodo inizia la sua narrazione”. Allora nelle figure del racconto mitico: da Dafne a Nausicaa, da Didone a Diana, da Venere ad Atena, dalle struggenti evocazioni di Amore e Psiche e Orfeo ed Euridice, Nino La Barbera trasmette, anche attraverso l’azione cellulare della sua pittura, o lungo gli sciami iperreali degli azzurri, dei lilla, dei gialli, dei bianchi, le anacronistiche disposizioni del suo gioco creativo, ora rielaborando ardite sovrapposizioni e scardinamenti di immagini e spazi strutturali del quadro, ora reintegrando l’assetto stesso di una pittura/organismo, il suo rapporto tra euclidee necessità e frattalici rilevamenti. Come sostenemmo per la sua precedente produzione, La Barbera cerca la sua armonia al di fuori di una rigida e asfittica disposizione razionale: è attraverso il caos, o la reversibilità della reazione corruzione-ricostruzione, che si creano sempre nuove possibili armonie. Non ultime quelle che hanno costituito i miti tenaci delle nostre precedenti culture. E se la visione è “geologica”, così vuole Massimo Canovacci, sottesa tra “arte virtuale e virtualità dell’arte”, ciò è perché la tensione si spinge verso quel battito d’ali che tutto sovrasta e impregna:monumenti, fontane, guerrieri, chimere, eroi, giardini, fori imperiali e il vastissimo diorama della storia. Allora questa tersa mescolanza di fieri combattimenti, di colloqui teneri e ambigui, illuminati dalla fiaccola sensibile della donna in amore che scorre, come un angelo annunziante, lungo traccianti elettronici prodotti da pittoriche espressioni in forma di décollages, sospinge a ricordare – in relazione all’esperienza di Rotella – quelle frantumazioni d’una stagione “pop” contro le sponde di un ritorno alla pittura, e in una sovrapposizione di piani che appartengono, sì allo spazio, ma sembrano in più, secernere diversi e interagenti frammenti del tempo. In prossimità di tutto questo si agita il mondo visivo di Nino La Barbera. La sua nuova e paravirtuale figurazione, così attenta a divenire fluente della forma e delle idee, appare sostenuta dalla continua necessità di una metamorfosi (grazie anche all’intervento di ri-dipintura a quadro finito), dallo stesso impulso che ha generato il quadro e in cui diafane e lemniscali presenze restituiscono intatto al suo linguaggio il fuoco denso di un’anima solare, la pupilla vibrante e corrusca della divinità.
E quella più attuale sembra essere una ricerca votata all’analisi e all’introiezione della sacralità (si vedano le recenti opere “sacre” dedicate alla cristianità che promana da Roma), in una vibrante, calda, armonia di piani e pigmenti. Il giuoco creativo di Nino La Barbera si depone, così, lungo una visione dilatata della percezione, dove, tra fessure, scandagli ed intense contrapposizioni, le icone figurative sembrano riflettere tutte quelle sensitive modulazioni tendenti a coinvolgere spirito e mente.
TEMPO MAESTRO
(Memorie della Sicilia)
Nino La Barbera
Ricordo che da bambino mi capitava frequentemente, giocando, di imbattermi all’improvviso in un qualche reperto di civiltà lontane, di cui è cosparso il territorio tutt’intorno alla pianura mazarese. E istintivamente provavo un senso di smarrimento nel non riuscire a riconoscere le origini e le ragioni di tali presenze: un po’ per la mia assoluta innocenza e un po’ a causa dell’azione corrosiva che il passare dei secoli aveva esercitato su quelle forme fatte di tufo, nelle loro parti più esposte al vento e alla salsedine di cui è sempre satura l’aria calda della nostra Sicilia.
Ma il tempo, che è maestro, nella sua inarrestabile corsa verso una meta e un destino di difficile comprensione, non corrode e non deforma soltanto, ma pure modella lasciando chiari segni del suo passaggio su tutte le cose che investe ed avvolge.
Attraverso un intrinseco processo di magica osmosi, esso infatti rimodella le incerte forme da cui il nostro sguardo è attratto e soggiogato, e proietta la nostra coscienza in un oscuro passato nel quale partecipiamo indistintamente le nostre stesse radici.
Oltretutto, nel grande disordine del dopoguerra, non avrei potuto comunque trovare soddisfacenti risposte alla mia curiosità. Fui dunque costretto a cercarle direttamente in quelle forme, dando inizio così, inconsapevolmente, ad una attività che mi avrebbe reso via via sempre più capace di comprenderne i codici. E insieme ad essi imparai a decifrare meglio la natura della Sicilia in tutta la sua sorprendente diversità, giunta a noi attraverso un succedersi di eventi e di miti puntualmente documentati e scanditi nel tempo, per migliaia di anni.
Di qui le emozioni che irrompono in me al cospetto del tempio di Segesta, del tempio di Selinunte e delle mille altre testimonianze delle storie di popoli, tutti spinti dalla costante volontà di conquista e dall’insaziabile desiderio di conoscenza, e tutti ineluttabilmente confluiti nel centro del Mediterraneo, nell’isola più bella e più rigogliosa del mondo fino ad allora conosciuto diventata adesso oggetto di contemplazione di tutte le genti che costantemente e consapevolmente vi approdano.
LA FERRARI F1 OPERA D’ARTE
Rosalina Ruffolo
“La passione per le corse automobilistiche mi fu contagiata in tenera età a Messina nel particolare clima di entusiasmi degli anni ‘50…. Ricordo che ci si alzava prestissimo…La speranza era di poter intravedere, in un turbinio di polvere e nel terremoto delle auto in corsa i piloti di allora, le cui gesta erano enfatizzate nei racconti degli adulti come fossero quelle dell’Orlando, di Achille o Ulisse, miti a noi familiari.”[Nino La Barbera]
Probabilmente grazie a questo ricordo il Maestro La Barbera, che notoriamente ha privilegiato il ‘mito’ nelle sue opere, ha realizzato negli ultimi anni due dipinti dedicati alla Ferrari F1 (campione del mondo 2001 e 2003).
’Une oeuvre d’art est bonne quand elle est née d’une nécessité’ [Rainer Maria Rilke, Lettres à un Jeune Poète]. Per La Barbera questa necessità è lo stupore per la vita, la sua trasformazione continua e la sua rivelazione, da qui l’interesse per la natura e i suoi elementi, per il femminile e il mito, per la metamorfosi, gli affetti, il sogno e la tecnica. L’urgenza del suo essere artista nasce da ciò che lo circonda da cui egli sapientemente coglie l’esplosione di vita che metabolizza per donarcela sublimata nelle sue opere. Questa sensibilità lo ha portato a riconoscere fortemente nel soggetto de ‘La Ferrarri F1 ‘, tutte le qualità proprie dell’opera d’arte stessa.
“Mi permetta di illustrarLe quanto ho sentito di fare dipingendo il quadro della Ferrari, oltre il comune senso di un apparente impianto oleografico. Più che un auto ho inteso rappresentare lo spirito complesso di una “macchina” e di quanta genialità generante ci sia nel progetto costruttivo.
…È noto che gli artisti, attraverso un intenso rapporto con le forme, fanno di se stessi un laboratorio specializzato con la conseguenza di percepire informazioni che ad altri difficilmente pervengono, per cui, nella tensione dell’esecuzione del dipinto della Ferrari, ho avuto la sensazione e l’emozione di scoprire una sorta di passaggio segreto, un vero e proprio cordone ombelicale, attraverso il quale una “macchina”, per autonoma sublimazione, si alimenta dell’energia di chi l’ha costruita, trasformandosi così in un “organismo” dotato di proprie intrinseche qualità…Quindi sono pervenuto al convincimento che la Ferrari, attraverso le complesse modificazioni a cui è stata assoggettata in tutte le sue componenti tecnologiche da uomini appassionati e geniali, ha evidentemente adottato gli stessi modelli e le stesse procedure di evoluzione dell’uomo, raggiungendo così, la fascinosa qualità di organismo: di una vera e propria opera d’arte.” [La Barbera, lettera al Cav. Cordero di Montezemolo]
L’artista La Barbera, come uno scienziato è alla ricerca di un metodo e … magia dell’arte … dice: “ sono le forme che me lo suggeriscono”
Luigi Lombardi Vallauri 1995
Nella incontestabilmente capace pittura di La Barbera io credo di cogliere, tradotte figurativamente, e quale che sia l'oggetto prescelto, proprio quelle due dimensioni, coscienza e cosmo. Come allora la Donna, così adesso la Roma monumentale viene simultaneamente cosmicizzata e, se così posso dire, 'coscienzializzata'. Questo secondo effetto viene ottenuto, a mio modo di vedere, per mezzo delle caratteristiche lacerazioni che nella superficie coesa di un paesaggio femminile o architetturale aprono irruzioni di altro-spazio, di materia-pensiero estranea. I quadri romanistici di La Barbera sono quindi non solo vedute monumentali cosmicizzate. ma anche ritratti introspettivi della mente che pensa vedute monumentali romane cosmicizzate. Ecco l'affinità che ho creduto di cogliere tra il suo multispazio e la mia pur così non-figurativa, aniconica, esperienza: mi è parso di incontrare una pittura che (anche) ritrae meditazione.
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La Natura si rivela attraverso le forme dell’Arte
Cinzia Folcarelli
“Contemplando nella Natura la bellezza, l’armonia e l’inclinazione a divenire organismo in tutte le sue espressioni, si possono intravedere e riconoscere segrete ed incontaminate tracce del divino” (La Barbera).
Il potere più forte della Natura è il suo inaccessibile modo di fare uso del misterioso senso dell’armonia: questo Nino La Barbera lo sa bene perché tutta la sua ricerca è incentrata sullo studio della necessità della natura di rappresentare se stessa, attraverso la creatività dell’artista, elaboratore di forme quindi veicolo di trasmissione e di conoscenza.
Il pensiero di Nino La Barbera è vicino alla vocazione dei grandi geni del Rinascimento: quale artista-scienziato, indagatore della natura in tutte le sue manifestazioni, è estremamente lontano dal compiacimento del brutto e dall’arte urlata contro l’umanità, circolante in alcuni contesti culturali.
“Se noi siamo natura e abbiamo dentro la natura che agisce”, dice La Barbera, “è probabile che attraverso l’invio continuo di segnali, riusciamo a risvegliare in noi dei dispositivi che ce ne consentono una rappresentazione di cui l’arte, in questo momento, è destinata ad occuparsi. E’ come se attraverso le facoltà tecniche che abbiamo acquisito riuscissimo a realizzare una specie di reticolo, sorta di trappola per le forme, dove esse rimangono imbrigliate sorprendendo e meravigliando lo stesso artista”.
L’idea che nasce nella sua mente è che la natura che c’è in noi, attraverso l’arte stia tentando di auto - rappresentarsi e, grazie ad un’attività complessa, irrinunciabile e a volte disperata, affidi agli artisti il compito di eseguire il suo autoritratto: la natura cercherebbe infatti di estrinsecarsi, sviscerarsi attraverso di loro e la loro capacità di produrre forme. Durante il processo creativo, alcune di esse, ricche di vita propria, trascinano La Barbera oltre l’idea iniziale e sulla tela si rendono manifeste forme che assomigliano a strutture cosmiche e atomiche. Esse riportano alle origini impresse necessariamente nel DNA dell’uomo e nella materia dell’universo, che riaffiorano dai ricordi ancestrali realizzando veri e propri quadri nel quadro.
Linee, segni, forme non previste e apparentemente mal riuscite, suggeriscono esse stesse il percorso, ampliando talvolta il progetto iniziale dell’opera, a volte stravolgendolo, e introducendo un sentire sempre nuovo e diverso, richiesto dall'insidiosa modificazione dell'habitat attraversato. E’ come avventurarsi attraverso una foresta: dobbiamo necessariamente renderci ricettivi ad una realtà diversa per sopravvivere e portare agli altri il messaggio del nostro viaggio, entrando in simpatia e in empatia con la foresta stessa e i suoi abitanti.
Tutto dipende infine da come l'operatore dispone ed organizza il magma di forme che si genera intorno a lui. “Le lenti di un telescopio”, dice La Barbera, “per quanto evolute e sofisticate esse siano, non servirebbero a niente se non sapessimo disporle in maniera corretta, cosi da consentirci una chiara visione; anzi, si potrebbe addirittura rischiare, dopo averle montate, di non vedere neppure quel poco che riuscivamo a distinguere ad occhio nudo.”
Il Surrealismo aveva gettato il seme per un’arte capace di trasferire all’occhio del fruitore, attraverso l’automatismo psichico puro, il funzionamento del pensiero. La casualità, già indagata da Dadà, acquistava maggior forza perché rapportata al fattore del sub - inconscio. La Barbera, che auspica il proseguimento del pensiero surrealista, e in particolare di quello di Max Ernst, da dove è stato interrotto dagli eventi della storia, va oltre, cercando addirittura un legame con il cosmo in divenire.
Nelle sue opere la matrice figurativa è sempre riconoscibile ma, come già osservato, viene integrata e impreziosita da frammenti e intarsi legati alla memoria ancestrale dell’Universo come testimonia la monumentale Nascita di Venere, vista anche come nascita della vita e quindi del genere umano, dipinto ricco di dettagli che, isolati, restituiscono la bellezza di particolari che a prima vista sfuggono all’occhio dell’osservatore.
Selinunte e Villa Adriana sono luoghi scelti dall’artista per la loro valenza magica. Sono “luoghi dell’anima”, ricchi di presenze che sublimano davanti ai suoi occhi, ponti di collegamento tra passato e presente. Il passato, i resti di antiche civiltà lo hanno del resto sempre accompagnato, da quando, bambino, si imbatteva giocando nei reperti archeologici della sua amata Sicilia. La Barbera ama ripetere che il tempo non toglie senza lasciare nulla, toglie ma lascia tracce preziose del suo trascorrere.
Le opere di Nino La Barbera hanno la capacità non comune di renderci partecipi di mondi in divenire, fluidi, che nascono, si trasformano e muoiono sotto i nostri occhi, frammenti del codice della vita e del destino dell’uomo.
“La natura si difende sia nascondendosi a chi cerca di contaminarla, sia rivelandosi a chi è in grado per simpatia, di percepirne i segreti”.
Varius Multiplex Multiformis
Marcella Cossu
Il mito dell’imperatore Adriano,intellettuale cosmopolita e peripatetico in bilico tra la complessa realtà dell’amministrazione centrale e periferica diuno sterminato territorio da difendere-armi filosofiche in pugno-dalle incalzanti incursioni barbariche, e il “somnium”di un pantheon graeculo-orientale popolato da divinità mitraiche e saturnie, è il filo conduttore dell’ultimo ciclo di dipinti a lui dedicati da Nino La Barbera nel presente progetto di mostra itinerante.
Luogo deputato per ogni stato di partenza e non-ritorno dell’Animula Vagula Blandula è, per La Barbera, il Canopo di Villa Adriana, in cui terra, aria e, soprattutto, acqua, riecheggiano il mondo ideale ricostruito dall’imperatore iberico reduce dalla maggior parte dei suoi viaggi del mondo di allora.
D’altra parte, l’acqua rappresenta l’elemento primario, insostituibile ed irrinunciabile nella visione cosmica di La Barbera, alla base del processo genetico di trasformazione della materia organica in forma, com’è dato contemplare nella natura stessa delle cose.
“Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo”, sostiene l’Adriano cosmopolita della Marguerite Yourcenar; allo stesso modo La Barbera, nella identificazione del mito in un contesto circoscritto come la tiburtina valle del Canopo, avverte tuttavia l’impellenza di un respiro di ordine universale: macrocosmo nel microcosmo, limes e vallo intesi non tanto, e non solo in qualità di sbarramento o chiusura, quanto, piuttosto, di crogiuolo di forme diverse.
In questo senso, l’interesse dell’artista a puntualizzare la metafora del mito adrianeo: una “sicilianità” d’origine che travalica il limes d’appartenenza, e finisce per coincidere con un “europeismo”, o una più accentuata internazionalità del progetto stesso della mostra itinerante, ad illustrare il perpetuo divenire del mito di uno vissuto, appunto, nell’intento di salvare la bellezza del mondo.
“Von Karajan un giorno mi disse e mi scrisse:
ascoltando il vostro 12 cilindri scaturisce un’armonia
che nessun maestro saprà mai interpretarla”
Enzo Ferrari
Ferrari Formula 1 “Organismo”
Mario Ursino
Quando Filippo Tommaso Martinetti affermò che una macchina da corsa era più bella della Nike di Samotracia, la Formula 1 era ancora di là da venire. Il futurista Martinetti, come è noto, è stato un grande provocatore, ma non poteva immaginare che circa un secolo dopo proprio la macchina da corsa sarebbe diventata un’icona, un oggetto di culto del nostro tempo elevato a mito.
Nella grande tela che qui raffigura questo straordinario mezzo meccanico che vince ad oltranza e viene di continuo aggiornato per vincere, Nino La Barbera ha dipinto la sfolgorante Formula 1 nell’atto della sua vittoria, mentre sfreccia al traguardo, quando è ancora intrisa nelle scie della velocità, evidenziate dall’artista nelle lunghe striate ondulate vivacissime fasce di colore, che ci rammentano certe suggestioni dell’astrattismo futurista che da Balla conduce a Dorazio.
L’autore del dipinto ha poi voluto aggiungere al titolo della celebre rossa di Maranello la parola “Organismo”, perché egli ha osservato, (vorrei dire anche ascoltato) questo miracolo meccanico da vicino e nelle sue parti interne che sono appunto tutte così intimamente correlate da produrre una sorta di autonomo accordo sublime che si conclude nell’urlo roboante al traguardo raggiunto.
Manifesto che irrompe col suo messaggio pubblicitario di alta definizione e percezione visiva, la Formula 1 ”Organismo” di Nino La Barbera colloca nello spazio dell’arte che blocca l’istante la ruggente silhouette della macchina più veloce del mondo.
Antonio Del Guercio 1995
Il luogo prescelto di volta in volta a spazio ricettivo degli eventi che si addensano in queste pitture di La Barbera, è pensato come una sorta di palinsesto, grattando la cui superficie altri dettati, altre situazioni, altre cose, appaiono, affiorando vìa via che ne vengano portati in luce i diversi strati...
Qui l'immenso e complicato palinsesto è Roma medesima, ognuno dei cui luoghi storici è visto come materialmente stratificato, al punto che la sua immagine di base, ben riconoscibile, può dar luogo a una serie infinita di strappi (vorrei quasi dire di 'décollages' ) ognuno dei quali fa affiorare uno strato diverso, di storia, d'arte e di simbologia...
Ora, un simile sguardo ai luoghi storico-monumentali implica, ovviamente, che essi non siano pensati come spazi di primo grado, insomma luoghi da rappresentare come si rappresentano nelle 'vedute'. Essi sono invece pensati come 'immagini' - riproduzioni disponibili, dentro il Museo immaginario romano, di luoghi reali sì. ma ormai da tempo calati dentro le loro stesse 'riproduzioni': insomma, divorati in qualche modo dalla grande, lunga e gloriosa, vicenda dell'arte di pittura che li ha fatti oggetto del proprio discorso; che li ha annessi a se stessa, alla propria interna problematica
Massimo Canevacci 1995
La sua pittura è geologica. Immagino Nino La Barbera nel suo studio con in testa il casco dello speleologo, con in cima una luce fioca ma netta che si dirige dove volge il suo sguardo. Una luce delicata che gli serve per trasformare quella che apparentemente è una superficie piatta - la tela - in un abisso da esplorare e da riportare alla superficie. La tradizione della pittura occidentale, in particolare di quella italiana, si è definita nel trasformare, con la prospettiva, la superficie piatta e bi-dimensionale del quadro o della parete in profondità spaziale. La sfida quasi ossessiva è stata di rappresentare tutto questo in illusione tridimensionale. Anche Nino La Barbera si colloca in questa tradizione, solo che la sua sfida prospettica si dirige - anziché verso lo spazio - dentro il tempo.
Il risultato è una profondità prospettica che ha abbandonato (come dall'inizio del secolo hanno fatto le varie avanguardie) quella razionalità geometrica che scompone e ricostruisce lo spazio secondo i principi illusori: ed ha sostituito allo spazio il tempo. Il suo sguardo pittorico illumina a cono di luce i tempi stratificati sulla medesima immagine della grande metropoli e ne sfoglia le pagine logorate dall'uso. Nino La Barbera diventa speleologo erti tempo. La superficie dei suoi quadri si trasforma in una complessa operazione di viaggio nel tempo, in un tempo che non è 'passato' del tutto, un tempo virtuale che permane e che bisogna imparare a vedere o a rivedere.
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